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Censimento Cei dei servizi sanitari, sociosanitari, socio assistenziali: i primi dati, il punto di vista di Uneba, il futuro del settore. E la situazione dell’Emilia Romagna

Quattordicimiladuecentoquarantasei. Tanti sono i servizi sanitari, sociosanitari e socio assistenziali rilevati dal Censimento voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana e a cui ha collaborato anche Uneba.

Nella sua relazione al convegno “Per un welfare di comunità: giustizia, carità, lavoro. L’apporto del III Settore e delle Opere Ecclesiali” organizzato da Uneba ad Exposanità a Bologna sabato 19 maggio, il presidente nazionale di Uneba Maurizio Giordano ha presentato in anteprima alcuni dati del censimento: quali sono i tipi di servizi più diffusi? Quanti di questi sono gestiti da enti religiosi?

Alcuni elementi di rilievo

Oltre un terzo dei servizi censiti ha iniziato la sua attività dopo il 1999.

Nel 2009 (anno di riferimento per il censimento), nei servizi sanitari sociosanitari e assistenziali hanno operato oltre 420 mila persone, di cui il 96,1% laici e i due terzi a titolo di volontariato (66,5%). Sono 137.768 i dipendenti retribuiti, laici o religiosi che siano, degli enti censiti.

Dal 1989 a oggi aumentano i servizi non residenziali e diminuiscono quelli residenziali.

Quasi la metà dei servizi censiti (sanità esclusa) si trova al nord, mentre il sud è più carente: “ si confermano – scrive Giordano – le difficili condizioni di vita di gran parte del Meridione e la necessità di un particolare impegno delle comunità civile ed ecclesiale”.

Poche le strutture per non autosufficienti: “questa è un’area in cui sia l’intervento pubblico – con la scarsità delle risorse destinate al Fondo per la non autosufficienza e la mancanza assoluta di un disegno complessivo e l’esistenza di un quadro regionale estremamente diversificato – sia l’intervento del terzo settore, lasciano scoperte le esigenze delle famiglie”.

La confermata forte presenza del terzo settore nei servizi alla persona è ragione di soddisfazione, ma anche di preoccupazione. “Il timore – scrive Giordano – è che, chiamati a fronteggiare situazioni sempre più gravi, l’associazionismo e il volontariato perdano quel carattere di innovazione, anticipazione dei tempi, sperimentazione, flessibilità che ne contraddistingue ruolo, azione e presenza. Il rischio è di perdere la nostra identità”.

Mettiamo a disposizione nella parte riservata la relazione di Giordano.

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