A Ferrara (ma anche in Emilia Romagna) è ancora un sogno riservato ad alcuni rappresentanti della società politica e del “vivaio” civile. Un’unica azienda sanitaria per tutta la provincia, cioè Asl e Sant’Anna fuse sotto la gestione di un solo gruppo dirigente e in grado di garantire una pluralità di servizi sull’intero territorio dal Po al Reno, dal medico di base all’intervento chirurgico complesso. A Ferrara lo scenario rimbalza da tempo nel ping pong che rilancia il tema dalle pagine della cronaca al dibattito politico e l’apertura del polo ospedaliero di Cona, tre anni fa, ha moltiplicato i giudizi favorevoli alla fusione. Modello non contemplato attualmente, almeno in modo esplicito, dalle leggi dello Stato.
Nel novembre del 2012, pochi mesi dopo il trasloco del Sant’Anna, fu il sindaco Tiziano Tagliani a gettare il sasso nello stagno: «Nell’azienda ospedaliera – aveva dichiarato alla “Nuova” – convivono assistenza, didattica e ricerca. Ma non c’è nessun motivo per cui queste funzioni non possano fare capo ad un’unica azienda sanitaria anzichè a due. Penso che l’Emilia Romagna dovrebbe affrontare la questione con un’apposita legge».
L’università non chiuse la porta, anzi. La Lega Nord rimbeccò il sindaco avanzando la primogenitura dell’idea: la fusione tra Asl e Sant’Anna «è stata richiesta in tempi non sospetti, più di un mese fa, per prima dalla Lega Nord», intervenne l’allora segretario del Carroccio, Fabio Bergamini, oggi candidato alla carica di sindaco a Bondeno.
Da allora l’ipotesi non è mai sparita dall’orizzonte delle possibilità e degli auspici. Tagliani corresse un po’ il tiro abbracciando la nuova linea degli accorpamenti e delle integrazioni ribadita poche settimane fa dalla Regione e instancabilmente ripetuta davanti a tutte le platee dai due direttori generali Paola Bardasi (Asl) e Tiziano Carradori (Sant’Anna). L’ultima voce che ha rilanciato la proposta è quella del sindacato Fials. La segretaria, Mirella Boschetti, l’altro ieri ha dichiarato alla “Nuova” che «bisogna andare con decisione verso un’azienda unica per evitare doppioni e sprechi». Pochi giorni prima ci aveva pensato il candidato al rettorato di Unife, Giorgio Zauli, a ricordare che in Friuli Venezia Giulia, Regione autonoma governata dal vicesegretario nazionale del Pd Debora Serracchiani, la strada dell’integrazione spinta e della fusione è stata imboccata da alcuni mesi. «Abbiamo approvato la legge di riforma del sistema sanitario nel 2014 e ora sta compiendo i primi passi – sintetizza al telefono l’assessore friulano alla Salute, Maria Sandra Telesca – Passeremo da 9 aziende sanitarie a 5 e a Trieste e a Udine accorperemo l’azienda territoriale con gli ospedali universitari». L’Asl di Udine, alla fine del percorso, dovrebbe essere un tutt’uno con l’azienda ospedaliero-universitaria Santa Maria della Misericordia, l’Asl di Trieste dovrebbe fare corpo unico con gli “Ospedali riuniti”. «Il primo passo è stato compiuto – prosegue l’assessore Telesca – per arrivare alla stesura dei nuovi protocolli sanitari le aziende sono state commissariate, anche se presentano ancora bilanci separati. Per completare questa prima fase servono due anni e sono previsti dalla riforma che a sua volta sfrutta alcuni spiragli lasciati aperti dalla legge nazionale 517/99, che regola la materia».
Alla fine, secondo l’intento annunciato dall’assessore Telesca, «sarà ridotto il numero delle aziende sanitarie sul territorio, saranno valorizzati i distretti sanitari e l’integrazione delle funzioni, sarà potenziata la prevenzione così come il ruolo dei medici di medicina generale, che praticheranno sempre più la medicina di iniziativa, contattando loro stessi i pazienti e indirizzandoli verso idonei percorsi diagnostici e terapeutici. Quanto tempo ci vorrà? Ragioniamo sull’arco di un decennio».
In Emilia Romagna il modello perseguito è quello delle aree vaste, dove sono insediate (e si fanno anche concorrenza) diverse università e si punta a integrazioni e servizi comuni. E quanto a fusioni bisogna ancora digerire quella delle quattro Asl della Romagna.