Il Giornale di Vicenza, 23 maggio 2019

Vicenza Città del sollievo. È la trentesima in Italia a fregiarsi di questo riconoscimento ottenuto grazie a una ormai lunga storia che vede dal secolo scorso l’ospedale, medici coraggiosi e lungimiranti, associazioni di volontariato, tutta una società civile, battersi e operare per cercare una barriera terapeutica e psicologica al dolore, per far emergere il diritto, dimenticato e offeso, a non soffrire. Oggi l’assessore alla famiglia e alla comunità Silvia Maino sarà a Roma per presentare al ministero della salute, durante la XXIII Giornata nazionale del sollievo, Vicenza città pioniera nella terapia antalgica e nelle cure palliative. Ieri mattina, a palazzo Trissino l’annuncio del titolo ricevuto nel segno di una sanità umana che sa combattere il dolore crudele. Accanto all’assessore, il dg dell’Ulss 8 Giovanni Pavesi, il primario del reparto di terapia antalgica del San Bortolo e presidente del comitato “ospedale e territorio senza dolore” Attilio Terrevoli, la dottoressa Ludvilla Zuccarino dell’Unità cure palliative, il responsabile territoriale della Fondazione Gigi Ghirotti Daniele Andreose, il presidente dell’onlus “Curare a casa” Marco Visentin, e le rappresentanti dell’Amarv malati reumatici del Veneto Rosaria Lavarra e Federica Rossi. Con loro i consiglieri Sandro Pupillo e Simona Siotto. È stato Pupillo, sensibile «persona con malattia» a lanciare l’idea e a portare avanti l’iter per inserire Vicenza nella civilissima aristocrazia delle polis che si ribellano alla dolorosa gabbia della sofferenza che non uccide ma non consente di vivere. E Pupillo ha trovato subito in Siotto una sponda preziosa. Poi della proposta si è fatta portavoce la Fondazione Ghirotti con il patrocinio dell’Anci, ed è arrivata una promozione che fa onore alla città e rende merito alla sanità pubblica vicentina. Tutto nel segno di un eroe laico, un giornalista vicentino di altri tempi, cronista de La Stampa, che a un certo punto della vita si inventò inviato nel mondo della malattia con una denuncia che resiste al tempo. Gigi Ghirotti moriva nel luglio del 1974. Qualche mese prima aveva ricevuto il Premio Provincia di Vicenza in villa Cordellina. Per festeggiarlo era arrivato anche Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa, primo giornalista ucciso dai brigatisti rossi negli anni di piombo. Nel 1972, a poco più di 50 anni, gli era stato diagnosticato il morbo di Hodgkin, un linfoma maligno da cui oggi per lo più si guarisce ma che all’epoca non lasciava scampo. Lui non si arrese mai. Volle farsi assistere negli ospedali pubblici fra ricoveri tribolati e lunghe attese, malato tra i malati comuni senza nome e senza padrini nelle corsie più dimenticate. E nello stesso tempo, da fuoriclasse del quotidiano torinese al culmine di una carriera iniziata al Giornale di Vicenza, decise di raccontare attraverso le cronache e poi in un libro, appunto come inviato speciale “nel tunnel della malattia”, la sua esperienza per denunciare, con una testimonianza assurta a manifesto per la conquista dei diritti civili di chi sta male e soffre in un letto di ospedale, ciò che aveva visto e subìto: l’isolamento dei pazienti, soprattutto i più poveri, l’inadeguatezza delle strutture, i disastri di una malasanità che all’epoca, prima della riforma e dell’avvento del Ssn, erano diffusi. Un anno dopo la morte di Ghirotti, la moglie Mariangela creava una Fondazione, che oggi è onlus nazionale. E il percorso è stato ricco di traguardi. La Fondazione ha contribuito allo sviluppo, in Italia, dei servizi di assistenza domiciliare e degli hospice per i malati oncologici terminali, e lega il suo nome alla istituzione, a partire dal 2002, della Giornata nazionale del sollievo che si celebra l’ultima domenica di maggio.