Un’emigrazione contrassegnata da numeri da esodo. Ma questa volta i profughi non c’entrano niente e il confine da lasciarsi alle spalle non sono le coste del Mediterraneo. La linea da varcare si trova molto più a nord – è il fiume Po – e la “terra promessa” sono le strutture sanitarie del Veneto. Oltre 201mila prestazioni erogate nel 2013 da Case di cura, ambulatori e ospedali della regione guidata dal leone alato sono state fornite a cittadini residenti nella provincia estense. In Emilia Romagna, solo Piacenza, che dalla riva destra del Po allunga lo sguardo sulla Lombardia, assiste ad un flusso più massiccio in uscita: 274.921prestazioni ambulatoriali a favore di pazienti che per curarsi scelgono di andare verso Milano e le province consorelle. A confermare che la mobilità passiva rappresenta un problema per la sanità ferrarese (già riconosciuto peraltro dai nuovi dirigenti di Asl e azienda ospedaliera e ben noto anche ai predecessori) c’è il dato di un’altra tabella che riporta gli indici grezzi della mobilità passiva regionale. Ferrara anche in questa classifica (dati provvisori 2014) si colloca al secondo posto in Emilia Romagna, con 737,7 prestazioni ogni 1000 abitanti contro le 1073,7 di Piacenza a carico di servizi sanitari di altre regioni.
L’affanno del sistema locale risulta ancora più evidente se si considera il terzo dato per consistenza, quello di Parma, che si ferma a 381 prestazioni ogni mille abitanti.
Ma Ferrara perde utenza anche verso altri territori fuori dai confini regionali: per altre 27.690 prestazioni gli utenti estensi, sempre nel 2013, hanno preferito ricorrere a personale sanitario in servizio in centri e strutture lombardi.
Una tendenza che sembra relativamente ridimensionarsi negli ultimi dati (provvisori ed aggiornati ad aprile 2015), dai quali emerge un valore molto più basso rispetto a quello indicato in uscita da Piacenza verso la Lombardia. Sopra Ferrara, in questo caso, si colloca anche Bologna, ma è chiaro che bisognerà attendere la fine dell’anno con i dati stabilizzati per capire se si tratta di un effetto reale o di un semplice riverbero della statistica. I poli d’attrazione per i pazienti estensi che si dirigono a nord del Po sono Monselice e Occhiobello, col rodigino.
Una situazione nota anche ai vertici emiliano-romagnoli, che dal novembre 2014 stanno finanziando un programma straordinario per la riduzione delle liste d’attesa che consente all’utenza l’accesso a visite ed esami specialistici anche nel week end, sul modello lanciato nel Veneto con un discreto anticipo dal presidente appena rieletto, Luca Zaia. L’assessore regionale emiliano Sergio Venturi ha riconosciuto, pochi giorni fa, in un’intervista concessa al quotidiano “Repubblica Bologna” che Ferrara ha compiuto qualche deciso passo in avanti. Un aspetto che merita di essere sottolineato riguarda il flusso contrario, cioè dal Veneto verso l’Emilia Romagna.
Nel 2013 il sistema sanitario regionale ha complessivamente fornito 166.604 prestazioni a pazienti che provenivano da province venete. Di questi quasi il 50% ha scelto l’Asl e gli ospedali di Ferrara: 57.068 prestazioni sono state effettuate da medici e personale del Sant’Anna e 15.020 da strutture dell’Asl. Un rapporto, se si tiene conto delle oltre 200mila prestazioni richieste dai ferraresi al sistema veneto, decisamente sbilanciato a favore della regione confinante.
Ma quale ambulatorio prescrive le prestazioni sanitarie ai ferraresi, quello del medico di famiglia o dello specialista? Dai dati reperibili sul sito regionale i pazienti ferraresi contattano con una frequenza tre volte maggiore il medico di base (65% del totale) rispetto allo specialista (23% dei casi).