Giornale di Vicenza 21 gennaio

E’ un mini-telescopio formato da due lenti distanziate una dall’altra da inserire nell’occhio al posto del cristallino opacizzato per ingrandire la visione da vicino e da lontano. È l’ultima tecnica adottata nel reparto di oculistica dell’ospedale per restituire una vista accettabile ai pazienti, soprattutto anziani, affetti da maculopatia degenerativa. Si chiama Iol Vip revolution ed offre una grossa chance in più a chi finora era condannato a non vedere più la parte centrale di un’immagine, a non poter leggere e non riuscire a fare più, per questo grave difetto invalidante, una serie di attività della vita quotidiana. Già una trentina i pazienti operati con questa tecnica e nel 60 per cento dei casi i miglioramenti sono stati notevoli.

LA TECNICA. «I risultati – spiega il primario di oculistica del San Bortolo Roberto Cian – dipendono dalla “compliance” della persona. Per questo i pazienti vengono rigidamente selezionati. Il cervello si deve adattare. È una questione corticale. Occorrono esercizi preparatori di 6 settimane prima dell’intervento e altri sempre per 6 settimane ce ne vogliono dopo per la riabilitazione». La prima lente viene posizionata nella sacca congiuntivale, la seconda nella camera anteriore. In questo modo si produce un effetto prismatico che devia il fascio di luce verso un punto preciso della retina sana ai bordi della lesione, per cui è come avere nell’occhio un telescopio che ingrandisce le immagini. In pratica questo punto di fissazione surroga la funzione della macula deteriorata e ritorna la visione centrale.

IL REPARTO. Un ulteriore salto di qualità per un reparto di eccellenza del San Bortolo che potrebbe fare, potenzialmente, ancora di più, se non fosse costretto a lottare continuamente con un organico carente e apparecchiature che non si rinnovano da parecchi anni. La sede, per fortuna, è stata radicalmente ristrutturata 2 anni fa grazie all’intervento della Fondazione San Bortolo del presidente Giancarlo Ferretto, che con un impegno finanziario a 360 gradi ha trasformato quella che era una struttura fatiscente in un centro moderno e funzionale. Ma per il resto tutto è rimasto fermo in un reparto che pure ogni giorno è preso d’assalto da 250 pazienti, e che ogni anno sforna numeri da primato: 22 mila prestazioni, 10 mila prime visite (con tempi di attesa di 4 mesi), 3 mila 300 cataratte, 700 distacchi di retina, 100 glaucomi, 60 operazioni di strabismo, 40 trapianti di cornea, oltre a un’attività di consulenza a Noventa e a Sandrigo. Solo 8 medici più il primario per una mole di lavoro del genere, con la casella in passato occupata dal dott. Romeo Altafini (andato a Mirano come primario) tuttora scoperta, e 2 sole ortottiste di ruolo (le 2 borsiste dopo un anno hanno dovuto lasciare).

LA TECNOLOGIA. Ma a piangere di più è la tecnologia, quando si sa che, soprattutto in un campo come l’oculistica in cui lo sviluppo è frenetico, l’aggiornamento è fondamentale. «Resta da completare – spiega il primario – la cartella clinica informatizzata. Siamo ancora fermi ai vecchi occhiali da prova, mentre in ospedali del calibro del San Bortolo si utilizzano i moderni forotteri. Avevamo chiesto un sistema digitale grandangolare Ret Cam per la diagnosi della retinopatia dei neonati e dei prematuri. Era stata predisposta anche una delibera che, però, il 17 dicembre, per ragioni che non conosco, è stata sospesa. Abbiamo rinunciato al femtolaser perché una macchina così costosa non è proponibile per un alto numero di cataratte come si fanno a Vicenza, ma per un centro di trapianti come il nostro sarebbe indispensabile una tac per la cornea che, fra l’altro, costa relativamente poco. Avremmo bisogno di un strumento ad alta precisione come il microcheratocono e di un microscopio 3D che ci era stato promesso ma non è arrivato».