Il Giornale di Vicenza, 25 maggio 2019

Invecchiamento, cronicità e sostenibilità del welfare. È questo l’algoritmo su cui si fonda anche la soluzione a un problema che da tempo accende le spie dell’allarme sociale. Prima le cifre di partenza. Oggi nel Veneto gli over 80 sono il 6,7%, 329 mila, ma nel 2028 saranno 423 mila e nel 2050 692 mila. Poi i paradigmi sullo stato attuale della terza età, con una serie di passaggi che possono apparire controcorrente ma che fotografano la realtà. Nel Veneto si vive più a lungo: è la seconda regione al mondo per longevità. Il merito è del Servizio sanitario nazionale, dell’organizzazione, di farmaci innovativi, ma ora la sfida è invecchiare senza diventare disabili e non autosufficienti. Il concetto che avanza è quello della longevità attiva. Si apre l’era dei giovani vecchi. Non più intesi come un problema, un costo sociale, peggio ancora un peso in una società che a lungo ha esaltato l’eden della gioventù relegando gli anziani nelle case di riposo o nel paese dell’inutilità, ma ora sempre più visti come risorsa. Lo affermano geriatri e neurologi, ma anche sociologi: il cervello è plastico, si appiattisce con l’isolamento, e invece reagisce agli stimoli e si nutre di relazioni. I rapporti interpersonali, la rete sociale, le sollecitazioni culturali, lo stile di vita possono delineare un futuro fatto di longevità sana, più gratificante per le famiglie e meno impattante per la sanità pubblica, oggi chiamata ad assistere in Italia, spendendo oltre il 50% del fondo nazionale del Ssn, 16 milioni di anziani, spesso portatori di malattie croniche e pluripatologie. In effetti oggi anziani e malati cronici incidono parecchio sulla spesa pubblica. Dei 9 miliardi che la Regione impegna ogni anno per la sanità, il 33% se ne va per coprire le esigenze del 4,3% della popolazione e l’80 per le patologie del 23% dei veneti. Dei 5 milioni di veneti, 1 milione non costa nulla, 1 milione 800 mila (che accusano un solo sintomo) 400 milioni, un altro milione di residenti (che soffrono di 1 o 2 patologie non complesse) 730 milioni, 900 mila (con 1 o più patologie complesse) 2 milioni e mezzo, e infine per 900 mila malati cronici il Ssn spende 1 miliardo e mezzo. Insomma le cronicità avanzano (ai primi posti scompenso cardiaco, insufficienza renale, Bpco, malattie ischemiche, demenza), sono ormai una priorità di salute pubblica, in ospedale rappresentano il 40% dei ricoveri urgenti e occorre un imponente sforzo organizzativo: da una parte le strutture intermedie del territorio (ospedali di comunità e Urt), anche se ancora sui blocchi di partenza proprio perché non sono dei cloni delle case di riposo, e devono avere standard di servizio elevati, dall’altra il lavoro di insieme dei medici di base all’interno delle medicine di gruppo integrate “perché da soli non ce la fanno”, e da un’altra parte ancora la disponibilità di farmaci di ultima generazione con l’Aifa, Agenzia nazionale del farmaco, che dovrebbe affrontare la sfida europea di trattare i prezzi con le aziende farmaceutiche. Insomma, occorre prendere atto della virtuosità del sistema veneto nei confronti degli anziani, ma occorre sempre più attenzione verso i cronici, come avviene già nel pronto soccorso dell’ospedale di Vicenza dove per i pazienti avanti negli anni, sempre più numerosi, è stata creata un’area verde indipendente di accoglienza con percorsi più rapidi e mirati. Urge pure potenziare la competenza medica nelle case di riposo, puntare alla formazione degli operatori, attivare a 360 gradi la medicina del territorio, riformare le Ipab, potenziare il fondo della non autosufficienza, creare un’unica cartella sanitaria. Ma la cosa più importante è restituire ruolo ai giovani vecchi. Non lasciandoli più da soli (a Valdagno sono 2 mila 300 su 26 mila abitanti, nel Bassanese 6 mila 500 su 98 mila residenti, quanti tutti gli abitanti della val di Brenta), ma accompagnandoli verso il futuro.