La Tribuna

CASTELFRANCO «Fai qualcosa per gli altri bambini che sono rimasti lì, ti prego. Ti prego, promettimi che li aiuti. Lì fanno cose brutte». Sono state queste parole a far drizzare le antenne. A parlare era M., ragazzina di dodici anni. Era appena uscita dalla casa famiglia “Il Pettirosso” di Castelfranco, e si è confidata con un’assistente sociale. Da lì sono partite la denuncia e l’indagine che hanno portato a processo Roberto Campagnolo e Daniela Bavaresco, responsabili della struttura. L’accusa è pesante: maltrattamenti su minori, quattro in tutto. Le presunte vittime della violenza sarebbero bambini difficili, con storie di sofferenza alle spalle. Ieri mattina, in tribunale a Treviso, sono comparsi i primi testimoni di un processo che si preannuncia lungo e teso. «Alla piccola M. è comparsa pure una forma di alopecia da stress qualche mese dopo aver lasciato la struttura», ha raccontato l’assistente sociale, «culmine di un malessere e di un disagio manifestato da subito, quando è uscita». La ragazzina era rimasta al Pettirosso circa un anno, praticamente per l’intero 2011. Poi, visto il suo stato di insofferenza, in accordo con la madre era stata trasferita in un’altra struttura, che ospitava già anche suo fratello più grande. Tra gli episodi finiti sotto la lente della Procura, i bambini hanno raccontato di essere stati anche costretti a mangiare sapone e a sedere su dei sassi. A marzo 2014, il giudice Angelo Mascolo ha mandato a processo gli imputati. I due educatori, marito e moglie, assistiti dall’avvocato Fabio Pavone, hanno sempre negato con forza ogni accusa, tanto da decidere di affrontare il dibattimento processuale per cercare di dimostrare la propria innocenza. La linea difensiva è chiara: in primo luogo accertare se gli episodi contestati si siano effettivamente verificati, e in secondo luogo, qualora trovassero fondamento le accuse della Procura, capire se le condotte tenute siano penalmente rilevanti o se rientrino in un – seppur forte – metodo di educazione nei confronti di bambini particolarmente indisciplinati. Ieri, come detto, il processo è entrato nel vivo ma la strada sarà ancora lunga: saranno ben trentaquattro i testimoni della difesa, e ciascuno di loro cercherà, raccontando la propria esperienza, di smontare l’impianto accusatorio costruito dal pubblico ministero Valeria Sanzari, titolare del fascicolo di indagine. Il pm ha a sua volta nominato dieci testi.