Corriere del Veneto

VENEZIA Abuso d’ufficio. Il fascicolo che qualche settimana fa era nato come un cosiddetto «K» (cioè «atti relativi», senza ipotesi di reato nè tantomeno indagati) ora si è trasformato in un «modello 44». Fuori dai nomi burocratici del sistema giudiziario, la novità è che ora l’inchiesta sul caso di Ca’ della Robinia – la coop che ha ricevuto un finanziamento agevolato di 3,4 milioni di euro dalla Regione Veneto per realizzare una fattoria didattica per i disabili a Nervesa della Battaglia e che poi ha affittato l’ex discoteca acquistata a una birreria – ha un titolo di reato, che è proprio l’abuso d’ufficio. Questa l’ipotesi di partenza del pm di Venezia Stefano Ancilotto, uno dei magistrati del pool che ha condotto l’inchiesta sul Mose e a cui è stato assegnato il fascicolo, anche se per ora senza indagati: cioè che ci possa essere stato qualcuno all’interno dell’amministrazione regionale che – come dice l’articolo 323 del codice penale – «in violazione di norme di legge o di regolamento ha intenzionalmente procurato a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ».

La procura lagunare vuole infatti capire se ci sia stata l’intenzione di favorire la coop creata da Bruna Milanese solo poche settimane prima della pubblicazione del bando da 50 mil ioni di euro che poi ha premiato 23 progetti sui 250 presentati; o quanto meno se ci siano state delle omissioni da parte di chi doveva controllare che quei fondi venissero utilizzati con la dovuta cura e che i progetti venissero realizzati. Il pm Ancilotto sta infatti seguendo la parte dell’inchiesta che si riferisce a Palazzo Balbi, mentre il procuratore capo di Treviso Michele Dalla Costa sta lavorando sull’eventuale truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche o malversazione, che si sarebbe concretizzata nel luogo in cui i soldi sono arrivati (cioè dove ha sede la banca) e sono stati usati. E’ per questo che Ancilotto ha inviato nei giorni scorsi i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria negli uffici regionali, per acquisire da un lato la documentazione, dall’altro il server centrale. L’obiettivo è quello di ricostruire la storia del caso di Ca’ della Robinia – e in generale quella del bando in cui ci sono altre situazioni all’apparenza sospette, anche se non così clamorose come quella di Nervesa – non solo attraverso i documenti ufficiali: le fiamme gialle cercheranno infatti se ci sono bozze di documenti, mail, appunti che possano aiutare a scovare qualche «retroscena».

L’acquisizione del computer di una delle segretarie di Marco Modolo, l’ex dirigente del Sociale che è uno dei principali soggetti nel mirino (anche dalla stessa Regione Veneto, che ha presentato l’esposto in procura) insieme all’ex assessore Remo Sernagiotto, è servito proprio ad andare a caccia di ulteriori messaggi di posta elettronica, magari non contenuti nel server. Sul tavolo della procura di Venezia è arrivato anche il verbale di interrogatorio della stessa Milanese, che già sui giornali aveva accusato Sernagiotto – beccandosi una minaccia di querela – di averle consigliato l’intera operazione. Il problema è capire se l’ex assessore al Sociale abbia solo voluto aiutare un’amica a concorrere al bando o sia stato la «mente» di una truffa milionaria. Tesi che ovviamente Sernagiotto, difeso dall’avvocato Fabio Crea, ha smentito seccamente più volte. Che alcune delle irregolarità emerse nell’esecuzione del bando (e forse anche prima, durante la sua scrittura) possano avere rilievi di natura penale oltre che amministrativa, è d’altronde un sospetto non soltanto dei pm di Venezia ma anche del direttore generale della Sanità e del Sociale della Regione, Domenico Mantoan.

A Milanese, che sostiene che il pagamento di alcune spese inammissibili (ben 155 mila euro) sia «imputabile a funzionari regionali» e di più, che alcune di esse siano state «imposte dalla Regione», ed afferma che i lavori contestati (perché sestuplicati in corso d’opera nell’ammontare ed affidati alla ditta del marito) siano stati «concertati con amministratori regionali», Mantoan replica così nel decreto di revoca del finanziamento: «Le considerazioni non sono pertinenti al presente procedimento, ma se del caso rilevanti in altra sede». E cioè a palazzo di giustizia. Nell’attesa che la magistratura chiarisca la vicenda, a Palazzo Balbi ci si arrovella per capire come rientrare ora del finanziamento, posto che la coop ha un capitale sociale di poche centinaia di euro ed il suo bilancio è in rosso. La discoteca è ipotecata per 3,1 milioni ed è su quella che l’ente potrà rivalersi. Una soluzione che però sa di beffa: da 5 anni la Regione sta tentando invano di vendere i suoi palazzi più belli, che se ne farà di una discoteca abbandonata sul Montello?