Dopo la birreria al posto del centro disabili e gli stipendi non pagati ai propri dipendenti adesso spunta anche il giallo del denaro incassato da Cà della Robinia sotto forma di beneficenza. Quanti soldi sono entrati nelle casse sotto la voce donazioni? E a cosa sono serviti? All’origine di tutto ci sono i 3,4 milioni di euro che la Regione ha assegnato nel 2011 alla onlus per creare nella vecchia discoteca di Nervesa un centro, vari laboratori e un caseificio dove assumere almeno 16 persone disabili. Un tesoretto che ad oggi ha portato solamente all’apertura di una birreria data in gestione a privati. A questo, negli anni, si sono aggiunti anche i soldi provenienti dalle raccolte fondi organizzate in vari eventi. Nella pagina “Vergognatevi”, spuntata l’altro ieri su Facebook a commento della vicenda del centro disabili fantasma, è stata segnalata ad esempio la raccolta di fondi messa in piedi nel 2012 dall’associazione socio-culturale e sportiva “Fioi del Montel” durante la quarta “Festa sul bosc/Woodbosc” allestita proprio nel parco dell’ex Disco Palace. In tre giorni di festa hanno suonato ben 34 gruppi. In modo gratuito e con un fine benefico: il ricavato dell’intera manifestazione da devolver*e a Cà della Robinia. «La cooperativa sociale – era scritto nel programma promosso anche dalla Provincia – ha fondato una fattoria didattica per accogliere ragazzi diversamente abili proprio all’ex Disco Palace». Oggi quindi qualcuno può chiedere: come sono stati spesi quei soldi? Così come quelli di iniziative analoghe. Discorso simile per l’impegno dello stesso Sant’Artemio nello stampare a proprie spese i volantini per la marcia podistica non competitiva sul Montello lanciata da Cà della Robinia il primo novembre dell’anno scorso. «Chi ripaga anche questi soldi? – ci si chiede sulla pagina “Vergogna” – neanche la Provincia ha vigilato». Non era un suo compito diretto ma tant’è.
Intanto resta in attesa di una risposta il 57enne di Paese che la cooperativa ha assunto nel maggio del 2012 e licenziato il 31 marzo dell’anno scorso senza pagargli cinque mesi di stipendi: da dicembre ad aprile. Più la tredicesima. «Mi è stato solamente detto che non c’era più lavoro – spiega il diretto interessato che ha già impugnato il licenziamento in tribunale – e che non c’erano più soldi per pagarmi». Sempre una questione di soldi.