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12 ottobre

Uno studio condotto da Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) su dati Invalsi, ha dimostrato che i bambini che frequentano il nido ottengono migliori performance alle scuole elementari.
Ci sono anche notevoli diseguaglianze tra Nord e Sud Italia: Trentino al primo posto per frequenza e migliori performance, Calabria, Sicilia e Campania sono fanalini di coda.
Circa il 17% dei bambini liguri frequentano l’asilo nido, la percentuale più alta in Emilia Romagna, 26,5%, seguita dal 23% registrato in Trentino Alto Adige, e le performance ottenute alle scuole elementari liguri, ad esempio, sono buone: 203 in italiano, 201 in matematica. 
In testa alla classifica i bambini trentini, con punteggi superiori al 210, seguiti da Marche, Piemonte e Friuli Venezia Giulia, dove si registrano punteggi vicini al 207.
Il migliore punteggio tra le regioni del Sud Italia è quello della Sardegna (203 in italiano e 205 in matematica), mentre in coda, fermi tra 190 e 196 nei test Invalsi, ci sono i bambini campani, calabresi e siciliani.
Un bambino friulano su cinque, 17% nelle Marche e 15% in Piemonte sono più assidui nel frequentare il nido ed hanno migliore rendimento alle elementari.In Sardegna, nonostante i buoni punteggi ottenuti in italiano e matematica, i bambini che vanno agli asili nido sono davvero pochi: appena il 12,6%.
In realtà in tutto il Sud sono davvero pochi i bambini, con in testa la Sardegna e il Molise, con 11%: meno di uno su dieci in Abruzzo e Basilicata, appena 5 su 100 in Sicilia e addirittura il 2,8% in Campania e il 2,5% in Calabria.
Asili nido e ricchezza sono strettamente legati: Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia sono le regioni con il maggior numero di asili nido e tra quelle con la maggior ricchezza pro capite.
Campania, Calabria e Sicilia si confermano regioni con una diffusione minima di servizi all’infanzia e un altrettanto basso livello di ricchezza. Verificato che l’aumento dell’1% del numero di posti nei servizi di childcare pubblici potrebbe far crescere dell’1,3% la possibilità che le madri lavorino.