Per semplificare il tutto, potremmo spiegarla così. Quando uno nasce cagionevole, è già a rischio di suo. Nel momento in cui viene aggredito dal virus del male, non ha dunque molte speranze di guarire. Soprattutto se viene pure sottoposto a terapie superficiali o addirittura scorrette. Ecco cos’è successo con le degenerazioni patologiche del fondo di rotazione per i servizi sociali e sociosanitari: una delibera di per sé strutturalmente fragile è stata viziata da violazioni normative e attuata secondo un’istruttoria deficitaria, con la conseguenza di determinare scandali come quello di Ca’ della Robinia. A dirlo sono le prime risultanze dell’indagine condotta dalla commissione di verifica amministrativa istituita dalla Regione, ora consegnate alle procure della Repubblica di Venezia e Treviso e della Corte dei Conti. Gli accertamenti hanno preso le mosse dal percorso legale seguito nel 2011 per lo stanziamento dei 50 milioni di euro promosso dall’allora assessore Remo Sernagiotto: il varo dell’articolo 8 della Finanziaria da parte del consiglio il 1° marzo (un solo contrario); l’assunzione del parere della quinta commissione il 14 settembre (un solo contrario); il via libera ai criteri da parte della giunta il 20 settembre (all’unanimità); l’apertura e la chiusura dei termini fra il 7 ottobre ed il 7 novembre; l’esame nel giro di un mese e mezzo delle 260 domande, di cui 231 ammesse e 23 finanziate, a cura della commissione tecnica presieduta dall’ex direttore Mario Modolo (sul quale l’avvocatura regionale sta tuttora valutando gli estremi per un’azione legale); la presa d’atto della graduatoria da parte della giunta il 29 dicembre (un assente, gli altri tutti favorevoli).

Nello specifico caso di Nervesa della Battaglia, con l’ormai noto progetto della fattoria sociale per disabili diventata in realtà una birreria in affitto, sono stati individuati sostanzialmente due filoni di irregolarità: da un lato gli atti di liquidazione del finanziamento in violazione della convenzione fra la Regione e Ca’ della Robinia, dall’altro i comportamenti della stessa cooperativa che integrano la medesima infrazione. Quanto al primo ambito di rilievi, per la commissione di verifica i 3.096.012,08 euro ad oggi liquidati mancherebbero del parere della Direzione edilizia ospedaliera a finalità collettive e dell’approvazione del progetto da parte del dirigente della Direzione servizi sociali; inoltre non sarebbe stata attivata alcuna struttura incaricata dell’attività di monitoraggio e controllo. Cos’hanno implicato queste mancanze? A detta dei commissari, l’ex discoteca Disco Palace avrebbe potuto essere giudicata inidonea. Aleggiano poi altre perplessità. Per esempio: i 2,2 milioni per l’acquisto dell’immobile vennero erogati prima del preliminare del 24 aprile e non dell’atto definitivo sottoscritto il 3 luglio 2012, come invece previsto, oltretutto in assenza di garanzie, dato che l’ipoteca fu iscritta solo il 19 febbraio 2013. O ancora: sussistono dubbi sulla legittimità del finanziamento, per un altro mezzo milione, a favore di commercialista, notaio, consulenti e pulizie. E poi: sono stati liquidati ulteriori 393.438,90 euro per i lavori effettuati in una porzione del complesso che non era compresa nel progetto sociale, trattandosi non dell’ex dancing bensì dell’attiguo ristorante, successivamente locato al risto-pub Gallileo il 23 febbraio 2015. Proprio su questo punto si innesta il secondo capitolo di censure, rivolte direttamente a Ca’ della Robinia.

Alla coop presieduta da Bruna Milanese viene contestata la concessione in affitto del ramo d’azienda senza fare menzione del progetto presentato e del vincolo sociosanitario costituito sull’edificio, nonché la mancata applicazione della normativa sui contratti pubblici. Questi i dati ora al vaglio degli inquirenti. I procuratore Luigi Delpino e Michele Dalla Costa si stanno confrontando sulla competenza territoriale dell’inchiesta: presumibilmente Venezia se venisse ipotizzato l’abuso d’ufficio, Treviso se fosse teorizzata la truffa.