Anche Uneba Veneto e vari enti associati Uneba Veneto della provincia di Verona hanno sottoscritto il documento “Il Pnrr e le politiche locali per la coesione sociale e l’inclusione delle persone fragili (anziani, disabili, marginalità estreme)” presentato da Adoa – Associazione Diocesana Opere Assistenziali, legata alla Diocesi di Verona e dall’Osservatorio sulle disuguaglianze a Verona.

“L’attuazione del PNRR  – si legge nel documento – deve essere l’occasione per rigenerare la progettazione e l’erogazione del sistema di offerta, ma soprattutto per far convergere fondi strutturali su processi di supporto che erogano servizi al cittadino co-programmati e co-progettati in sinergia tra il pubblico ed un privato sociale non profit radicato sul territorio e che conosce a fondo le comunità di riferimento. Occorre superare il modello di welfare performativo verso la costruzione di un welfare di comunità e approdare ad un approccio percase-manager qualificati e dentro un sistema di relazioni istituzionali tali da consentire una forte integrazione tra le diverse componenti, sia per ragioni di efficienza (controllo dei costi), che di qualità dei servizi stessi”.

In merito alle difficoltà di reperire personale per le strutture: “Ci auguriamo che grazie al PNRR e al collegamento europeo possa essere reso meno traumatico il percorso di equipollenza dei titoli di studio delle figure di base – OSS e infermieri – dei servizi di cui qui stiamo discutendo. In generale, occorre rendere appetibili per i giovani, anche provenienti da altri stati, le professioni di cura (e anche per gli adulti che dovessero rimanere senza lavoro in altri settori)”.

Le proposte del documento riprendono temi condivisi anche da Uneba nazionale.

Non concorrenza ma complementarietà tra i servizi – “Tutte le forme di servizio hanno necessità di esistere: domiciliare, abitare leggero, strutture protesiche per le persone con demenza, centri diurni di
socializzazione, di cura e riabilitazione, case di riposo/RSA per anziani/disabili non autosufficienti, strutture intermedie tra ospedale e territorio per le persone non autosufficienti che richiedono alte prestazioni sanitarie (a meno che l’ospedale non si assuma anche questa attività che sta delegando da anni al territorio)”.

I servizi si adattino alle persone, non viceversa  – “Fondamentale è che la persona non sia continuamente ‘sballottata’ da un’unità di offerta all’altra al trascorrere del tempo o all’aggravarsi della sua situazione di salute, ma che sia il sistema di welfare e di cura a rimodularsi intorno alla persona all’evolversi dei propri bisogni, magari valorizzando il mantenimento della propria domiciliarità e delle relazioni con la comunità di riferimento”.

Ospitare le Case della Comunità nei Centri servizi per anziani – “La collocazione di una o più di queste case in uno dei grandi Centri servizi per gli anziani potrebbe garantire una sperimentazione adeguata sia di una medicina di base fondata sulla medicina di iniziativa (l’unica in grado di contrastare efficacemente le disuguaglianze in sanità), sia di una integrazione ottimale tra servizi sanitari e servizi sociali”.

Collaborazione con il non profit – “Gli Enti Pubblici, in particolare quelli di dimensioni minori, non ce la faranno da soli a elaborare e realizzare i Progetti previsti dalle diverse linee di azione. Senza un rapporto forte di collaborazione con il Terzo Settore è molto probabile che la qualità ed appropriatezza dei Progetti risulti abbastanza limitata e soprattutto tempi e modalità di realizzazione rischiano fortemente di risultare inadeguate. Ma tale collaborazione potrà svilupparsi proficuamente solo se si generalizzeranno le nuove modalità di rapporto con il Terzo Settore, legittimate, raccomandate e prescritte dalla normativa nazionale ed europea , che trovano nella co-progettazione e nella co-programmazione lo strumento principe”.

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