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Perchè tutti gli esseri umani sono persone, anche se non hanno l’uso della ragione

L’intervento in materia di bioetica che offre questa settimana a Uneba la Fondazione Care approfondisce ed amplia la trattazione del precedente “L’ammalato grave è ancora una persona?”

 

Ripensare alla nostra identità personale alla luce del profondo legame essere-vivere-pensare è fondamentale per comprendere quanto non si possa disgiungere, a partire dal concepimento fino alla sua morte, la persona dall’essere umano.

Il primo grado ossia l’essere, compete a tutti gli enti; il secondo grado, la vita, soltanto ad alcune cose che vivono; e l’ultimo grado, l’intelletto, solo a coloro che, vivendo, pensano.

L’essere quindi è il concetto più esteso, al suo opposto l’intelletto è il più qualificante, ma in ogni caso c’è la medietà della vita che fa da sottostrato indispensabile anche per il pensare.

È proprio infatti dalla nozione di vita che Spaemann in “Persone. Sulla differenza tra ‘qualcosa’ e ‘qualcuno’”, parte per poi dare all’uomo la specifica caratteristica tra tutti gli esseri viventi di distanziarsi da se stesso e di riflettere. Questo permette a Spaemann di prendere le distanze da modelli dualistici e di reintegrare l’unione inscindibile tra persona ed essere umano.

Vorrei a tal punto riproporre i sei argomenti, usati dall’autore, a favore del fatto che tutti gli esseri umani sono persone, anche quelli che non hanno l’uso della ragione sono i seguenti:

1) La persona appartiene alla comunità della famiglia umana.
Coloro che appartengono alla famiglia umana infatti non sono soltanto esemplari di una specie, ma parenti, che si trovano sin dall’inizio in un rapporto personale. Umanità ed animalità non sono analoghi; infatti l’umanità non è un concetto astratto per la definizione di un genere, ma il nome di una concreta comunità di persone, a cui ognuno appartiene per un vincolo genealogico con la famiglia umana, sin dalla nascita e non per qualità determinabili di volta in volta a seconda dei casi, ossia per qualità dedotte dall’esperienza. Se la persona è qualcuno che è tale di diritto vuol dire che appartiene alla famiglia umana in quanto comunità di persone fin dall’inizio.

2) Il riconoscimento della persona precede le qualità specificamente personali.

La madre infatti riconosce dal bambino da subito una persona quando si relaziona con lui e agendo così non si relaziona a lui come ad un oggetto da manipolare. La madre pertanto non ha la coscienza di simulare qualcosa, ossia di fare come se vedesse davanti a lei qualcosa che in realtà vuole provocare. Non si ha infatti la coscienza di formare le persone. Essere persona è invece esistere in virtù di un’origine propria, un esistere che è sottratto ad ogni sollecitazione dall’esterno.

3) Si può decidere con una certezza piena la presenza di un’intenzionalità, ma non è altrettanto semplice decidere quando essa non è presente.

L’attribuzione della razionalità delle azioni ha sempre un contenuto valutativo e così attribuire a qualcuno un agire razionale significa concordare con alcune delle opinioni a lui attribuite, l’intenzionalità delle azioni è conosciuta soltanto in virtù di una loro razionalità perlomeno parziale. Infatti il significato che un malato di mente può dare ad una sua azione può completamente sfuggirci tanto da non comprenderne il senso. L’intenzionalità, i propositi e le idee di un malato di mente sono inderivabili le une dalle altre, ma proprio per questo egli può avere una propria razionalità nelle sue azioni e anche essere capace di una distinzione tra bene e male ed essere quindi responsabile delle sue azioni, non davanti agli uomini, ma a Dio, tanto quanto ogni uomo “ragionevole”.

4) Gli uomini gravemente debilitati mentalmente, non capaci in assoluto di movimenti coordinati non sono percepiti come cose o come animali di una specie particolare, ma come persone malate.

Come noi percepiamo una sedia difettosa non come qualcosa di differente da una sedia, ma appunto come una sedia difettosa, così l’uomo malato grave, lo percepiamo come persona malata e bisognosa di aiuto e cerchiamo i mezzi per curarlo e per ristabilire la sua “natura”. Non viene costruita una speciale nicchia ecologica per identificarlo con un altro essere non umano. I malati di mente hanno una natura, non sono tutt’uno con la loro natura come gli animali, solo che la loro natura è inferma ed anche il possesso di tale natura è infermo. Il malato di mente non solo appartiene all’umanità in quanto essere che nell’universale comunità delle persone è soltanto destinatario di benefici fisici e psichici, senza essere capace di riconoscere se stesso e tutto ciò che ne deriva, ma dà di più di quanto riceve, ossia consente di far emergere il significato più profondo della comunità di persone: l’amore verso gli uomini a prescindere dall’individuazione di determinate qualità.

5) Non esistono persone potenziali.                

Le persone possiedono solo qualità e potenzialità che possono svilupparsi, ma non può svilupparsi qualcosa per diventare persona: da qualcosa non si sviluppa qualcuno. L’uomo dopo molto tempo inizia a dire io e dice io sono nato in quel giorno, ma l’essere che allora è nato non si dice che era un qualcosa e che è diventato poi un qualcuno quando ha iniziato a dire io. La personalità non è il risultato di uno sviluppo, ma sempre già la struttura dell’essere.

6) Il riconoscimento dell’essere persone è il riconoscimento di un diritto incondizionato.

L’incondizionatezza di tale diritto sarebbe illusoria se dipendesse da presupposti empirici. I diritti delle persone sono incondizionati e non sono una variabile dipendente di determinate condizioni qualitative, della cui esistenza decidono i già appartenenti alla comunità giuridica. In quanto closed shop l’umanità non potrebbe essere una comunità giuridica. Ci deve essere un unico criterio per la personalità: l’appartenenza biologica al genere umano e per questo anche l’inizio e la fine dell’esistenza non possono essere separati dall’inizio e dalla fine della vita umana. Se “qualcuno” esiste, egli è esistito sin dal concepimento: l’essere della persona è la vita di un uomo. I diritti delle persone sono quindi diritti umani.

La conclusione a cui arriva Spaemann annuncia la profonda identità tra essere umano e persona e richiama all’incondizionatezza della cura e degli affetti.

Daniela Latino

 

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