Condividiamo con i lettori di www.uneba.org, ed in particolare con i responsabili degli enti associati Uneba delle varie regioni, il racconto, fatto documentazione alla mano, di quanto accaduto in una struttura associata in centro Italia. Lasciamo a loro valutazioni e commenti. Tenendo per sottintesi i nostri.

Una dipendente è assente per infortunio, con un certificato che sta per scadere.

Ma ha già programmato, per subito dopo la scadenza, un viaggio all’estero.

E’ quindi necessario farsi autorizzare un periodo di ferie che si “attacchi” alla fine dell’infortunio.

L’amministrazione dell’Ente però non autorizza le ferie. Motivo: vi sono già molti altri dipendenti assenti (siamo alla fine di luglio) e bisogna garantire il servizio.

Il disappunto della dipendente è grande. Il viaggio all’estero è stato persino pagato in anticipo. Se così stanno le cose, dichiara la dipendente (in presenza di terzi), allora vuol dire che proseguirò l’infortunio.

Alla fine del periodo di assenza un nuovo certificato Inail di prosecuzione infortunio arriva davvero. Quindi il viaggio è di nuovo possibile.

L’Ente datore di lavoro, tuttavia, non rimane inerte.  La dipendente ha fatto la sua dichiarazione “proseguirò l’infortunio” in presenza di terzi; come poteva prevedere la mancata guarigione?

Parte una contestazione scritta, in cui l’Ente dichiara di aver ricevuto il certificato di prosecuzione infortunio “con vivo sconcerto”, che l’infortunio va a coprire le ferie negate per motivi di servizio, e che il comportamento ha caratteristiche tali da rasentare profili penali. Vengono dati alla dipendente 5 giorni di tempo per giustificarsi. La lettera di contestazione viene contestualmente inviata al medico certificante ed all’Inail, ai quali l’Ente chiede “chiarimenti”.

La lavoratrice nemmeno risponde. Al suo posto, replica uno studio legale. Vediamo cosa dice.

In primo luogo, le accuse “velatamente mosse” alla dipendente sono “a dir poco pesanti”, e soprattutto fuori luogo, poiché vi è una regolare certificazione Inail agli atti. L’Ente, inoltre, non poteva negare le ferie, poiché la dipendente si riteneva già da tempo autorizzata, avendo presentato un piano ferie a marzo. Ed ancora: la revoca delle ferie per motivi di servizio dovrebbe interessare tutto l’organico, e non una sola persona. Non è altresì dimostrato che la dipendente non potesse essere sostituita nelle sue mansioni. Infine il legale riferisce che la lavoratrice, a causa di due seri infortuni ravvicinati, stava vivendo un periodo critico, e del viaggio all’estero aveva bisogno data la sua difficile situazione fisica. Insomma, non è da escludere che, in simili circostanze, potrebbero correre anche dei risarcimenti.

L’Ente non demorde, e replica che le spiegazioni fornite non soddisfano. L’accusa è di aver “indebitamente usato un certificato medico per coprire un’assenza dal posto di lavoro”. L’assenza viene considerata ingiustificata, viene irrogata la sanzione della sospensione per tre giorni, con riserva di portare il caso a conoscenza dell’autorità giudiziaria penale.

La lavoratrice fa il suo viaggio sotto infortunio, e dopo il rientro in servizio sconta i tre giorni di sospensione senza ulteriori reazioni.

Dallo studio legale, dall’Inail e dal medico certificante, silenzio assoluto.

A questo punto, il caso sembra chiuso. E invece no: la lavoratrice fa pervenire all’Ente una convocazione da parte della Direzione Provinciale del lavoro in sede di Commissione di conciliazione avverso i tre giorni di sospensione (già scontati).

Come finirà il tentativo di conciliazione? La risposta alla prossima puntata.