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Uneba Veneto – Il futuro del sociosanitario passa per la formazione

IL FUTURO DEL SOCIOSANITARIO IN VENETO? MANAGER CON NUOVE COMPETENZE
Il non profit di Uneba Veneto si allea con l’Università di Verona: riparte il corso universitario che forma chi guida il cambiamento (necessario!) delle Rsa e delle altre strutture. E aiuta il non profit del settore ad essere “esemplare nel custodire e curare ogni esistenza”, come chiede Papa Francesco.

PADOVA, 31 GENNAIO 2022 – Il Covid ha colpito anzitutto i più fragili, e chi dei più fragili si prende cura: la sanità e il sociosanitario. Ha messo in evidenza i punti critici del sistema, ma anche la dedizione del personale.
Ma cosa ne sarà del settore sociosanitario nel futuro? Cambiamenti sono necessari e inevitabili: come guidarli al meglio?
In che modo le strutture sociosanitarie, e in particolare quelle di radici cristiane, possono essere “case della misericordia”, “esemplari nel custodire e curare ogni esistenza”, come chiede Papa Francesco nel suo messaggio per la 30° Giornata mondiale del Malato dell’11 febbraio 2022?
Come continuare ad essere realtà in cui, per riprendere altre due sollecitazioni del messaggio del Papa, la professione è anche una missione, e la persona è molto più che la sua malattia?
La strada del futuro passa per la formazione, secondo Uneba Veneto.

L’associazione di categoria, che con i suoi 97 enti è voce del non profit di radici cristiane nel settore dell’assistenza in Veneto, infatti, rilancia, assieme al Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università di Verona, il “Corso di perfezionamento in Management dei sistemi per i servizi sociali e sociosanitari”. Si svolge da marzo a dicembre 2022, si può frequentare in presenza o online, e punta a formare i manager del futuro per i servizi per anziani, persone con disabilità, minori senza famiglia: dai direttori delle Rsa di domani fino agli inventori di nuovi modelli di intervento.
“Poiché il manager del sociosanitario dev’essere dotato di competenze variegate e tra loro complementari – spiega il professor Giorgio Mion, presidente del corso di perfezionamento- l’impianto del corso è multidisciplinare: management, accounting, progettazione organizzativa, diritto dei servizi sociosanitari e dei contratti di lavoro, gestione delle risorse umane e fondamenti di etica aziendale”. Oltre all’aula, lo stage, spesso in strutture Uneba Veneto. Già 39 studenti hanno completato con successo il Corso, nelle 2 precedenti edizioni.

Cosa spinge un’associazione di categoria come Uneba Veneto ad impegnarsi nella formazione del personale delle strutture sociosanitarie e sanitarie?

“Uneba Veneto – risponde Patrizia Scalabrin, consigliere Uneba Veneto,  componente del Consiglio del corso di perfezionamento universitario – ha individuato da tempo la necessità di offrire alle organizzazioni sociosanitarie e sociali un percorso formativo pensato ad hoc per fare crescere le competenze del personale che all’interno delle organizzazioni ha un ruolo di direzione e di coordinamento. La collaborazione con il Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università di Verona ci ha permesso di focalizzare un percorso formativo in grado di accrescere le conoscenze che sono state apprese durante il percorso scolastico e che da sole non sono sufficienti a fare di un lavoratore un ‘buon capo’, capace di esprimere la giusta attenzione ai costi e alle persone.

In tutti i Paesi le aziende, indipendentemente dalla loro dimensione, se vogliono garantire il proprio futuro d’impresa, investono nella formazione dei propri team, e questo sia per continuare a corrispondere agli standard qualitativi dei loro settori di riferimento, sia per essere pronte a superare le inevitabili criticità che sono determinate dall’andamento socio-economico e dai cambiamenti del mercato in cui operano”.

Perché per un giovane può essere attraente imboccare questo percorso di carriera?

“Mi lasci rispondere d’impulso: e perché non dovrebbe! è un futuro che è ancora tutto da scrivere e fare parte di un mondo che si sta costruendo è senz’altro molto stimolante, direi addirittura affascinante.

Poter dire: ‘è cambiato ed io c’ero, ero lì quando è accaduto…’ giustifica l’impegno e offre molta gratificazione.

Se penso a quello che le nostre strutture hanno vissuto in questo periodo di pandemia, e soprattutto a quello che le persone che lavorano nelle strutture sono state capaci di fare, io mi emoziono ancora.

Il servizio di cura e di assistenza alle persone, siano esse disabili, anziane, non autosufficienti, malate o tutto questo insieme è un’attività irrinunciabile di qualsiasi Paese che si dica “civile”; quindi in futuro, o meglio domani, ci saranno modifiche nei settori sociosanitari e sociale, ma il servizio non si ferma. Evolve, si modifica, migliora!

Su che vie si dirigerà a suo giudizio l’innovazione nel settore?

“Siamo consapevoli che il settore sociosanitario e sociale, così come quello sanitario è avviato verso un profondo cambiamento. Quello che dobbiamo accettare è che il cambiamento è già cominciato e sta accelerando la sua corsa.

L’era del Covid, dalla quale peraltro non siamo ancora usciti, ci ha mostrato le difficoltà delle nostre organizzazioni ma ha anche messo in luce un enorme potenziale: le RSA, i Centri di servizi, le strutture che prima si occupavano di attività sociosanitaria, si sono trasformate in ambienti ad alta attività sanitaria.

I centri servizi hanno avuto un ruolo fondamentale perché hanno integrato la rete ospedaliera che da sola non avrebbe potuto rispondere ad un bisogno così straordinario di accoglienza quale quello di questi 24 mesi.

Tutto questo, però, ha comportato la necessità delle RSA di agire senza una preventiva preparazione, a volte in carenza di professionalità specifiche oltre che in assenza di strumentazioni. La differenza è da attribuire alla dedizione straordinaria delle persone che vi lavorano e delle istituzioni stesse che riconoscendo lo stato di crisi sono andate ben oltre i loro ruoli ed hanno anche compromesso il proprio equilibrio.

E questo, va detto chiaramente, è stato possibile perché questo mondo è fatto di enti non profit, esti e associazioni che finalizzano la propria attività ad un obiettivo di carattere ideale e superiore rispetto al solo obiettivo economico. Anche se non si può prescindere da questo se si vuole continuare ad essere.

In ogni caso, non possiamo non immaginare che gli standard professionali saranno rivisitati a breve e così pure saranno ridefiniti gli obiettivi macro del settore. E bisogna essere pronti!

Non è sufficiente essere disponibili e voler fare ‘bene’: è necessario sapere fare e soprattutto sapere fare bene! È il compito morale di ogni impresa: assicurare ai propri dipendenti il futuro lavorativo e ai propri clienti un servizio buono e un clima sereno. Sembra semplice, ma non lo è affatto!”

Quali sono le competenze principali che servono per guidare una struttura socio sanitaria e in particolare un centro servizi per anziani? Quali sono le nuove competenze che servono ora?

“Gli studi di settore ci dicono da anni che le competenze, le cosiddette skill, si dividono in hard e soft. Personalmente ritengo si tratti di una distinzione molto scolastica e a volte banale. Sicuramente sono hard le competenze che si acquisiscono con il percorso scolastico: un medico sa fare il medico, un infermiere sa fare l’infermiere e un direttore di struttura o un coordinatore di reparto sanno svolgere il loro lavoro in una situazione di normalità.

Sono competenze fondamentali che si acquisiscono in massima parte durante il percorso di studi e con le esperienze professionali; potremmo dire sono la base di conoscenza irrinunciabile per svolgere un determinato lavoro.

Poi ci sono le soft skill che sono per lo più caratteristiche della singola persona, ma alcuni di questi modi di essere oggi sono essenziali in ogni ambiente di lavoro, soprattutto se si ha a che fare con le persone.

Lavorare con le persone e per le persone richiede la capacità di comunicare bene, di coordinare un gruppo di lavoro, di saper trasferire correttamente informazioni.

Le competenze per lavorare non possono essere meramente nozionistiche e di carattere cognitivo, non è più sufficiente sapere quello che il mansionario prevede per il proprio ruolo.

Si deve andare ben oltre a questo.

All’interno del percorso di formazione è previsto uno stage, in modo da favorire una esperienza pratica che permette di confrontarsi con un contesto lavorativo in cui applicare da subito le conoscenze apprese.

Le organizzazioni sociosanitarie e sociali non sono interessate dal lavoro in smart working e probabilmente neanche dalla massima trasformazione digitale, ma non possono prescindere dall’avere nei propri team persone capaci di risolvere problemi adottando il corretto approccio psicologico e funzionale e di operare in ottica di gruppo.

Un buon capo deve conoscere le tecniche per implementare l’efficienza operativa ma deve anche saper sviluppare un sistema etico all’interno della azienda”.

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