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Ospedale di comunità, l’esperienza di Alano di Piave

La casa di riposo di Alano di Piave (Bl), ente associato a Uneba Veneto, è in prima fila nella sperimentazione dell’ospedale di comunità in Veneto.

Si tratta di un nuovo modello di struttura sociosanitaria voluta dalla Regione Veneto – e già esistente in altre regioni – che serve per brevi ricoveri di persone per i quali il ricovero in ospedale sarebbe eccessivo ma d’altra parte neppure il ritorno a domicilio darebbe sufficienti garanzie.

Sono strutture di piccole dimensioni, di circa 15-20 posti letto.

Con la delibera 2718 del 2012 la Regione Veneto ha stabilito i requisiti per l’autorizzazione degli ospedali di comunità.

Le schede di programmazione del piano sociosanitario regionale, di cui da mesi si attende la pubblicazione, dovrebbero indicare dove sorgeranno gli ospedali di comunità.

Tra le poche sperimentazioni di ospedale di comunità già partite c’è quella di Alano di Piave. La direttrice della struttura Alessandra Pilotto la presenta nella lunga intervista al settimanale della diocesi di Vittorio Veneto L’Azione che riportiamo qui sotto.

Attualmente l’ospedale di comunità di Alano ha un tasso di occupazione dell‘80%. I primi 30 giorni di ricovero sono gratuiti per il paziente. Ciascun ospite costa 70 euro al giorno per ospite dalla Regione.

Se gli ospedali di comunità in Veneto avranno un futuro, lo si dovrà probabilmente anche ai positivi riscontri della sperimentazione avviata al Centro servizi “Parrocchia S. Antonio Abate” di Alano di Piave, nella Ulss 2 di Feltre. Una casa di riposo privata convenzionata, di proprietà della parrocchia (il legale rappresentante è il parroco pro-tempore), che accoglie 43 persone non autosufficienti, 10 autosufficienti, 16 persone in comunità alloggio, un centro diurno e ora appunto un ospedale di comunità per 15 persone.

«La sperimentazione di ospedale di comunità avviata nel nostro caso – spiega la direttrice Alessandra Pilotto – è la prima nel Veneto all’interno di una casa di riposo. Una sperimentazione partita nel settembre 2012, e della durata di un anno».

Nella prassi sanitaria, già da tempo esiste il temporaneo ricovero post ospedaliero in strutture protette attraverso il cosiddetto “articolo 2”. Gli ospedali di comunità sono una cosa diversa.

«L’ospedale di comunità garantisce un servizio sanitario, seguendo i pazienti ospedalieri nella fase post acuta: nella sostanza accogliamo pazienti di tutti i reparti affrontando le relative problematiche sanitarie, e garantendo le necessarie cure ospedaliere. Nell’ospedale di comunità non si arriva per risolvere questioni sociali (per esempio, il classico anziano che non ha parenti a casa e dopo un ricovero passa un certo periodo in struttura protetta prima del rientro al domicilio o del ricovero, ndr). Dal punto di vista sanitario, garantiamo quindi uno standard di professionalità e di assistenza, di presenza infermieristica e di disponibilità di attrezzature medicali molto superiore ad una classica casa di riposo. Diversamente l’articolo 2 prevede che la persona sia inserita nel circuito dell’Assistenza Domiciliare integrata, che, non offrendo un servizio intensivo e continuativo, si colloca su un altro livello di gestione e di gravità della patologia. Siamo lontani dal concetto di “struttura intermedia”, che invece è quello che ha scelto di attivare la nostra Ulss. Nel nostro caso, peraltro, offriamo in più anche un intervento riabilitativo ad integrazione della convenzione in essere».

Quanto tempo si ferma, mediamente, un paziente nell’ospedale di comunità? E che tasso di occupazione avete rispetto ai vostri 15 posti?

«La degenza ha un tempo massimo previsto di 30 giorni, più una eventuale proroga di altrettanti 30 giorni in caso di necessità. Mediamente la nostra esperienza dice che la degenza si conclude prima dei 30 giorni. Quanto all’occupazione dei posti, siamo sull’ordine dell’80% della capienza, come prevedeva la sperimentazione».

Il servizio è gratuito?

«Il costo del servizio è garantito dalla sanità pubblica, quindi dalla Regione, per i primi 30 giorni. Se vi è necessità di prorogare la degenza per il secondo mese, alla famiglia si chiede una compartecipazione di 15 euro al giorno.

Per questo servizio nella nostra struttura la Regione spende 70 euro al giorno per ospite ricoverato».

Che significa un bel risparmio…

«Questa cifra è possibile nella nostra struttura, grazie ad una sinergia di fattori volta alla perfetta ottimizzazione di costi e risorse. Mi rendo conto che la cifra è bassa e difficilmente ripetibile, ma penso anche che ci sia una via di mezzo credibile tra i nostri 70 euro e i 130 euro di certi altri ospedali di comunità. Volevo offrire un esempio di fattibilità».

Lei è anche psicologa: sotto questo aspetto come vivono gli ospiti nell’ospedale di comunità?

«Per la mia professionalità volevo capire i benefici legati alla gestione di un reparto ospedaliero all’interno di un Centro servizi come il nostro, che rispetto ad un contesto ospedaliero offre un approccio meno istituzionale e più socio-relazionale, quindi anche sotto questo aspetto parliamo di “struttura intermedia”, perché mantiene la personalizzazione più propria di un ambiente domestico. In questa realtà il paziente viene stimolato all’alzata, si veste, vive con gli altri, anche con gli ospiti della casa di riposo e fa “vita sociale” con un conseguente notevole beneficio sul piano clinico, percepito anche dai familiari degli ospiti, che spesso riconoscono una condizione migliore persino a quella precedente al ricovero. Anche la lontananza da casa non diventa mai un problema. L’esperienza è vincente».

Alla luce di questi risultati, pensa che l’ospedale di comunità sia una soluzione da diffondere? E perché non ci si è arrivati prima?

«Sicuramente sì. È un servizio da mantenere e da diffondere. Noi abbiamo intercettato da un lato i bisogni espressi dalla popolazione, sofferente di un sistema di cure domiciliari non sempre in grado di rappresentare una piena risposta e, contestualmente, gli orientamenti regionali che tendevano alla dislocazione sul territorio anche dei servizi di carattere sanitario, con la relativa necessità di potenziare le strutture intermedie per alleggerire i reparti ospedalieri e arrivare alla specificità delle risposte e ricorrere agli ospedali solo nei casi che realmente lo richiedono.

Sostanzialmente abbiamo anticipato un po’ i tempi, ma in Regione l’intenzione già c’era.

Ora, in base alle direttive del segretario generale della Sanità veneta dottor Mantoan e alle nuove linee guida del Piano socio-sanitario, mi sembra che si intenda proseguire su questa strada. Noi di sicuro lo faremo».

1 Commento presente

  1. In data 5 febbraio 2014 alle 19:07 luigi ha scritto:

    Vorrei fare domanda per mia madre per l’ospedale di comunità , cosa devo fare?
    Tengo a precisare che mia madre vive a Gosaldo Belluno.
    Saluti cordiali

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