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Assistenza domiciliare: cala SAD, cresce ADI

E’ dedicato al convegno di Uneba nazionale e Uneba Lombardia sull’assistenza domiciliare uno degli approfondimenti del numero di luglio e agosto 2018 di Nuova Proposta, il  bimestrale di Uneba. Lo ha scritto Alessio Affanni e lo riproponiamo qui sotto. Tra gli altri temi di Nuova Proposta: volontariato e cittadinanza attiva dopo la Riforma del Terzo Settore; ridurre lo spreco alimentare nelle mense, comprese quelle di comunità.

 

 

Una premessa essenziale è che l’assistenza domiciliare è destinata ad avere un incremento esponenziale, come ha sottolineato Franco Massi, il presidente nazionale dell’Uneba, in apertura del convegno. In tema di politiche sociosanitarie regionali, “i nostri enti – ha sostenuto ancora Massi – sono disponibili a partecipare al progetto di presa in carico della fragilità avviato dalla Regione Lombardia. Ma dobbiamo puntare ad andare oltre, per una presa in carico globale dell’anziano o della persona con disabilità. Costruendo per loro un progetto di vita”.
In un articolo di Luciano Moia, pubblicato su Avvenire del 15 giugno scorso, Massi ha inoltre parlato delle difficoltà attuali: normative che si differenziano da regione a regione, costi variabili e servizi di qualità non sempre elevata, con cui 10 milioni di famiglie italiane si confrontano quotidianamente.
Durante il convegno sono stati confrontati i vari modelli territoriali e alcune esperienze sperimentali di assistenza, alla presenza di tutti gli attori del settore: Regione, enti di assistenza e operatori sanitari. E’ stato sottolineato come sempre più, nel futuro, ci si rivolgerà all’assistenza domiciliare, grazie anche al supporto della tecnologia e della domotica.
Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, ha inoltre sottolineato che si dovrà fare uno sforzo per attuare un sistema di tutele per il “bene salute” che trasferisca il carico dell’assistenza dall’ospedale al domicilio, trasformando i servizi offerti e garantendo al malato cronico una più attenta e più specifica qualità dell’assistenza domiciliare.

Esempi concreti
Per rispondere all’invecchiamento della popolazione si possono “mettere a punto progetti assistenziali che vadano nella direzione di una nuova cultura della cura e della domiciliarità”, scrive sempre Luciano Moia su Avvenire del 20 giugno scorso, citando anche due esempi positivi: l’esperienza di assistenza domiciliare della Fondazione Maddalena Grassi in Lombardia e del Consorzio Zenit a Firenze, enti associati ad Uneba.
Nell’articolo emergono due considerazioni importanti. La prima è che con l’assistenza domiciliare integrata si abbassano i costi, visto che in Lombardia per le cure a un anziano non autosufficiente, con patologie e senza interventi specialistici, si spendono in media 35 euro al giorno. Mentre si arriva fino a 116 euro per pazienti con gravi disabilità, in stato vegetativo o con “comorbilità”: costi comunque di gran lunga inferiori rispetto a quelli richiesti dall’assistenza ospedaliera.
La seconda considerazione, invece, riguarda l’efficacia dell’assistenza domiciliare: affinché funzioni al meglio occorre, alle spalle del malato, una famiglia, che purtroppo non sempre è presente. Per far fronte a questa esigenza serve un’integrazione maggiore con altri operatori del settore (ad es. associazioni e volontari) che possano contribuire, insieme all’assistente socio-sanitario, al benessere dei pazienti.

Considerazioni dal convegno di Milano
Durante il suo intervento al convegno, l’assessore alle politiche sociali della Regione Lombardia, Stefano Bolognini, ha detto di puntare ad un sistema di “presa in carico” in cui gli enti gestori di servizi saranno sempre più chiamati a trasformarsi da singole “unità d’offerta” – erogatori di specifiche prestazioni – a “centri multiservizi”, capaci di soddisfare un bisogno primario delle persone fragili: quello di ricevere assistenza da un unico interlocutore e in grado di rispondere in modo flessibile, con servizi adatti alle specifiche necessità di ogni malato.
Elena Weber, componente del consiglio direttivo nazionale di Ansdipp e del comitato esecutivo di Ede (organizzazione di carattere europeo, composta da manager di strutture per la long term care), nel suo intervento si è soffermata sullo standard CEN/TC 449, definito dal Comitato europeo e relativo a “Qualità della cura e dell’assistenza per le persone anziane”: il modello da sviluppare è (proprio come detto sopra) quello in grado di fornire una risposta integrata per l’assistenza ed il supporto della persona anziana.
Fattori importanti nella creazione di servizi di cura adeguati, di qualità e sicuri – ha osservato Elena Weber – sono le risorse, la struttura amministrativa ed organizzativa, la distribuzione delle responsabilità, le condizioni di lavoro, lo staff (quantità del personale e competenze) e le condizioni strutturali e tecnologiche.

Conferme dal convegno di Padova
Dal punto di vista programmatico e operativo non si può prescindere da una chiarezza e convergenza degli obiettivi, anche nei rapporti tra i Centri di servizio per anziani e la Regione, con particolare riguardo ai controlli. Questo è emerso dal convegno “Famiglie e territori – Scelte e valori del Veneto che assiste i più fragili”, organizzato il 25 maggio scorso da Uneba Veneto.
Francesco Facci, presidente di Uneba Veneto, ha sottolineato l’importanza dei controlli delle strutture per anziani, che sono anche occasione di verifica e di crescita per gli enti, consapevoli della loro funzione e delle responsabilità che ne derivano. L’importante è che i criteri di controllo siano quelli stabiliti dalla normativa di riferimento e sulla base di parametri oggettivi: fondamentale, in questo senso, la condivisione degli orientamenti tra le strutture di servizio e la Regione.
Nel corso del convegno è emerso anche un altro aspetto che accomuna diverse regioni: sempre minori risorse disponibili per servizi che, invece, devono mantenere e garantire sempre lo stesso standard qualitativo e organizzativo e che devono far fronte a richieste in progressivo aumento.

A Babele, in Italia
I dati sulla situazione dell’assistenza domiciliare in Italia ce li aveva già forniti una ricerca di Italia Longeva, nel Rapporto intitolato “La babele dell’assistenza domiciliare in Italia: chi la fa, come si fa”, pubblicato a luglio 2017  in cui vengono analizzati e rielaborati i dati regionali forniti dal Ministero della Salute, esaminando le modalità dell’assistenza domiciliare in 12 aziende sanitarie di 12 regioni e l’attuazione dell’integrazione sociosanitaria.
Risulta che solo il 2,7% degli ultrasessantacinquenni italiani con patologie croniche riceve assistenza domiciliare a lungo termine: 370 mila persone su 3 milioni.
L’organizzazione dell’assistenza domiciliare è assai eterogenea, a seconda delle regioni, e sotto molti aspetti: ore di assistenza offerte, presenza di operatori privati non profit e profit, modalità gestionali e di erogazione, carico assistenziale medio dell’assistito e costi. Ad esempio, si va da 0,4 persone in assistenza domiciliare ogni 100 ultrasessantacinquenni in Calabria a 4,2 in Emilia Romagna. Non mancano aree del Paese in cui l’assistenza domiciliare non esiste affatto.
E’ da questi dati che deriva la scelta del titolo del Rapporto: l’assistenza domiciliare in Italia è una vera e propria Babele, nella quale ogni area del Paese parla una lingua diversa e sembra non esserci nessun dialogo.
Questo dato è emerso anche nel corso del convegno dell’Uneba: la frammentazione dei servizi e la mancanza di comunicazione tra uffici preposti all’assistenza sociosanitaria rappresentano un ambito sul quale intervenire in modo strategico, affinché si possa offrire un’adeguata risposta ai bisogni del cittadino.
Tra il 2013 e il 2014 sono aumentate del 27,7% le persone in assistenza domiciliare integrata (ADI) in tutta Italia, ma sono calate le ore medie di assistenza. E’ ipotizzabile che questa riduzione di ore di servizio sia stato il modo con cui le Regioni hanno cercato di far fronte all’aumento del numero complessivo degli assistiti. Dal 2014 al 2016 il tasso di anziani presi in carico dall’ADI è salito dal 2,3% al 2,8% della popolazione anziana totale, ma sempre con un’estrema variabilità da regione a regione. Va considerato, tra l’altro, che si tratta di dati che non consentono di trarre elementi di conoscenza sui bisogni degli utenti, né sull’efficacia e l’efficienza dei modelli organizzativi.
Per quanto riguarda i costi, l’ADI incide sulla spesa sanitaria in modo variabile da regione a regione (com’era intuibile) e con un costo medio nazionale, nel 2012, del 2,4%. Il costo annuo per assistito a domicilio – sintetizza il presidente di Italia Longeva, Roberto Bernabei – non cresce in maniera proporzionale al numero di ore dedicate a ogni paziente: al di sopra di una certa soglia, diminuiscono le successive richieste di assistenza e quindi si innesca un’economia di scala che fa decrescere i costi marginali. Sembra quindi che, al di sopra di un certo numero di ore ottimali,  le condizioni dell’anziano migliorino e si riduca il suo bisogno di assistenza.

Il tempo delle risposte
L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia è oggetto d’indagine anche del “6° Rapporto 2017/2018. Il tempo delle risposte”, a cura del Network non autosufficienza (NNA), Maggioli editore
Uno dei capitoli del Rapporto si sofferma sui servizi pubblici domiciliari: il servizio di assistenza domiciliare dei Comuni (SAD) e l’ADI.
Il primo registra un calo, dovuto a criteri di ammissione complessi e stringenti (vista la necessità del possesso dei requisiti ISEE), nonché costi di partecipazione elevati. L’effetto è il ritorno a cure intra-familiari, il ricorso al care informale (badanti) o a gestori di assistenza domiciliare.
L’ADI è invece in moderata espansione, seppur con le esigue percentuali di anziani seguiti e con le (già descritte) differenti modalità attuative a livello territoriale. Il Rapporto conferma infatti una grande eterogeneità dei modelli organizzativi  e dell’offerta di assistenza a livello nazionale e locale, un’integrazione dei servizi sociosanitari molto carente, il calo dell’intensità assistenziale degli interventi (insufficiente per i casi più complessi) e funzioni prevalentemente certificatorie e burocratiche da parte delle Unità di valutazione multidimensionale (UVM) e delle Unità di Valutazione Geriatrica (UVG).
Tuttavia in questo scenario si stanno aprendo nuovi spiragli: in diverse parti d’Italia, infatti, si sta cercando di ampliare, diversificare e migliorare i servizi esistenti, basati su una nuova cultura della cura. A questo è dedicato un intero capitolo del Rapporto, intitolato “La domiciliarità” di Rosemarie Tidoli, e uno sulla tecno-assistenza (di autori vari), dei quali si consiglia la lettura.

In conclusione.
L’attività di assistenza deve essere finalizzata a garantire il benessere degli anziani, perché al centro di tutto c’è la persona. Una considerazione, questa, del convegno Uneba di Padova, che trova una sua eco di conferma in tanti interventi del convegno di Milano, così come l’avvertenza che occorre passare dalla sola risposta alla patologia a più ampi percorsi di sostegno per migliorare la qualità della vita degli assistiti: e per definire questi percorsi è necessario porre al centro la persona.

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